giovedì 20 giugno 2019

POST ORDINARIO: SPECIALE PROGETTO "DIPTHYCHA" (20 giugno 2019)

Buon pomeriggio, Lettori! In questo articolo trova spazio il quinto appuntamento con il progetto "Dipthycha", che è ormai conosciuto da tutto i lettori del blog. Il dittico di oggi è il risultato della sinergia e del talento poetico di Emanuele Marcuccio e Daniela Ferraro.  Trovate a fianco del comunicato, l'immagine molto suggestiva del quadro del noto pittore della prima metà dell'ottocento, William Turner, dal titolo "Tempesta di neve", gentilmente condivisa dall'autore. Vi auguro dunque buona lettura e a presto!


“Fermenti” / “Cime”[1] 



Dittico poetico ‘a due voci’[2] di Daniela Ferraro e Emanuele Marcuccio 

Con commento di Luciano Domenighini 




«Tra poeti, scrittori, drammaturghi, artisti in genere, 

è bene che si instauri un rapporto di rispetto e di stima 

reciproca, mai di concorrenza e senza nessuna presunzione 

di possedere la verità, purtroppo, oggigiorno è quasi un’utopia.»

[3] 

Emanuele Marcuccio 




 FERMENTI[4] 



I fermenti del cuore

non hanno voce,

però fanno rumore.

Ed è sibilo d’ombra,

frullìo d’ale,

fruscìo dell’onda

sull’immota battigia,

sussurro d’erba

e crepitìo di lave,

echi di vento

in levigate strozze.

Raccoglie il marinaio,

tra incerte trame,

un brivido di nembi.

Ed ammaina la vela,

di essiccato sudore

irrora il petto,

frementi i piedi

sull’indurito legno.



2012



Daniela Ferraro



 CIME[5] 



Cime inesauste

ove al marinaio si espande

un orizzonte rapito,

tacito infinito.

Candide albe di ricordi vissuti,

sogni remoti.

Aurore nascenti,

tepori sonnolenti,

rumina un’aria salmastra,

un’amica solitudine

gli rammenta l’orizzonte,

quell’alitar di acqua salata,

quel dolorar del mare profondo.



14 giugno 1994



Emanuele Marcuccio

William Turner, "Tempesta di neve", 1842.
La lirica di Daniela Ferraro è strutturata come un polisindeto di quattro strofe di cui la prima è autoanalitica e le successive si inoltrano in un gioco di metafore ripiegando infine su uno scenario marino e marinaresco, scelto come simbolo dei travagli interiori.

La prima strofa, una terzina di versi brevi (7, 5, 7) rimati a schema “ABA”, illustra l’argomento del titolo (“I fermenti del cuore”) e lo definisce con un ossimoro (“non hanno voce,/ però fanno rumore”).

La seconda, di otto versi, assomma ben sei metafore del tema portante e presenta inoltre un’alternanza di corrispondenze fonetiche, quattro consonantiche alla fine dei vv. 4, 6, 8, 10 (ombra, onda, erba, vento) e tre rime interne ai vv. 5, 6, 9 (frullìo, fruscìo, crepitìo).

La terza strofa, speculare per misura sillabica alla prima, narra la vita del marinaio con una straordinaria immagine, vigorosa e folgorante, carica di avventura, di pericolo, di incertezza (“Raccoglie il marinaio// un brivido di nembi”). L’ultima strofa canta un approdo che più che pace è rinuncia, più che appagamento è ostinatezza e che non è riposo ma tensione per il ricordo delle fatiche e dei terrori patiti in mare.

Se la Ferraro rileva l’aspetto incerto e periglioso della vita del navigante, Emanuele Marcuccio ne coglie un altro non meno costante e penoso: la solitudine.

Di questo fatidico isolamento dell’uomo di mare il poeta siciliano, anche questa volta originale e imprevedibile nelle sue attribuzioni simboliche, disvela una valenza di libertà e di identificazione. La solitudine del marinaio di Marcuccio è “amica” perché gli permette di rimirare orizzonti sconfinati, silenziosi (“taciti”) e di godere di atmosfere soggioganti, esclusive (“Cime inesauste”, “Aurore nascenti”), di “ruminare un’aria salmastra” nella quale l’io poetante, il “marinaio-poeta”, si riconosce.

La percezione idilliaca si fa sempre più personale e intima, e diviene percezione sensitivo-emotiva, procedimento questo ricorrente in Marcuccio (“Candide albe di ricordi vissuti”, “tepori sonnolenti”), fino alla personificazione della natura presente nel distico conclusivo dove è la natura stessa ad affiancarsi al poeta e a condividerne le sensazioni (“alitar di acqua salata”, “dolorar del mare profondo”).[6] 



Luciano Domenighini 





Note 



[1] Dittico a due voci proposto dal poeta Emanuele Marcuccio, ideatore e curatore del progetto poetico “Dipthycha”, edito con commento di Luciano Domenighini, in AA.VV., Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira..., a cura di Emanuele Marcuccio, TraccePerLaMeta, 2015. 

[2] Il dittico poetico, rivisitato in una accezione ‘a due voci’ dal poeta e aforista Emanuele Marcuccio e da lui definito come “una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica”. A scopo benefico sono finora editi tre volumi antologici di questi dittici ‘a due voci’, che costituiscono il progetto “Dipthycha” (2013; 2015; 2016). 

[3] Emanuele Marcuccio, dall’esergo a AA.VV., Dipthycha 2, a cura di Emanuele Marcuccio, TraccePerLaMeta, 2015. 

[4] Daniela Ferraro, Cerchi concentrici (sul cadere dell’alba), Aletti, 2012, p. 14. 

[5] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 47. Ri-edita in dittico poetico, in AA.VV., Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira..., Photocity, 2013, p. 51. 

[6] Luciano Domenighini, in AA.VV., Dipthycha 2, TraccePerLaMeta, 2015. 



1 commento:

  1. Uno dei tanti dittici con la poetessa amica Daniela Ferraro e grazie sempre, Eleonora, per l'ospitalità. Un dittico poetico su tema marino con una poesia che rimane tra le più care che abbia mai scritto. Non posso dimenticare che per questa poesia mi si contestò in un forum più di dieci anni fa che il verbo ruminare fosse affatto poetico. Tranne per quelle volgari o blasfeme penso che in poesia non esistano parole affatto poetiche, dipende tutto da come vengono disposte nel verso.

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