giovedì 30 maggio 2019

POST ORDINARIO: IL SECONDO DITTICO DEL PROGETTO "DIPTHYCHA" (30 maggio 2019)

Buonasera Lettori! Come promesso nel post presente sulla pagina Facebook del blog, pubblico ora una nuova segnalazione, allo scopo di procedere con la collaborazione e promozione del progetto "Dipthycha", curato dal poeta e scrittore Emanuele Marcuccio. Ricordo che l'opera è nata grazie all'ausilio di numerosi poeti, che si sono cimentati nella pubblicazione e stesura di poesie, non solo per l'onore, motivo già di per sè nobile, ma anche perchè lo scopo era davvero molto etico: il ricavato, è totalmente devoluto a scopo benefico. Questa sera, protagonista del secondo dittico assieme ad Emanuele Marcuccio, anche Francesca Luzzio. Vi saluto, augurandovi buona lettura. A presto.


“Io non ti cullo” / “Per i terremotati d’Abruzzo”, dittico poetico ‘a due voci’[1] 
di Francesca Luzzio e Emanuele Marcuccio 

(Con traduzione in dialetto aquilano di Lucia Bonanni)


«Il tema comune alle due poesie dei due autori è solo il punto di partenza per l’individuazione di un dittico ‘a due voci’; è necessario che ci sia anche una corrispondenza sonora o emozionale e/o di significanza, una sorta di corrispondenza empatica, una analogia, una poetica affinità elettiva (una “dittica” corrispondenza/comunicazione) e soprattutto i due autori del dittico devono attenersi ai propri modi di fare poesia, senza cercare di imitarsi, per non avere come risultato qualcosa di simile a una poesia a quattro mani. Il fine non è l’imitazione dell’altra poesia qualora si voglia individuare un tale dittico bensì l’affinità elettiva, l’analogia, l’empatia poetica.»

Emanuele Marcuccio



IO NON TI CULLO

Gioco con il tuo sorriso e un lieve dondolio
accresce l’ineffabile luce dei tuoi occhi blu.

Ma io non ti cullo, piccolo mio
né la terra ti mostra la sua affabile ospitalità.

Dondolio, oscillazione di oggetti dubbiosi nel cadere
Boato improvviso, inatteso, mai sentito!

Ombra di paura oscura lo sguardo
atteggia le labbra a continuo pianto.

Ti stringo in consustanziale unità, esco nella strada,
ormai troppo piena di umana infelicità.

Cadono i muri, si svelano gli arcani
gli scrigni segreti dell’intimità.

Tu guardi attonito il brulichio umano di lamenti
le mura squarciate che piangono dolenti il perduto pudore:

mostrano lì, in posa, il tuo peluche, senza più occhi, né mani.


Francesca Luzzio


PER I TERREMOTATI D’ABRUZZO[2]

Tutto hanno perduto,
le macerie li han travolti
e in un minuto
le loro case, la sicurezza
li ha abbandonati.
Corpi dispersi,
corpi ritrovati
vivi e feriti,
che si perdono nella massa informe,
che si annullano tra le macerie
nella rovina,
nel pianto,
nell’abbandono.
Vista orribile, dolore orrendo!
I sopravvissuti che sopraggiungono
si perdono in quel mare di cemento,
si confondono nella rovina di quelle case,
e chiedono aiuto, a tutti chiedono aiuto!


8 aprile 2009

Emanuele Marcuccio


NON SO JI QUE TE NÒNNO[3]

Tengo voja de jiocà co’ te e ‘nu dòce trettecà[4]
fa aumentà la luce reposta dentro ju cèlu de ji occhi tè.[5]

Ma no so ji que te nònno, citulu[6] mè,
e mancu la terra que te fa vedè la crianza[7] sé.

Nonnà[8] e trettecà de còse que non se voiju cascà pe’ terra.
Scoppiu ‘mpruvvisu, mai vistu, mai sentitu.

N’ombra de paura te vela ju sguardu
e rannuvola la occuccia a ‘nu piantu lamentusu.

A ju pettu te stregno come n’ostia consacrata
attecchio[9] fòre, vajo pe’ la strai[10]
troppu piena de strane làgne[11] de poèra ggente.

Le macère[12] s’abbattu, se scopru le còse reposte
ji porta gioie de le còse nascòste.

Pinziruso e senza fiatà guardi j’abbiricasse[13] de lamenti

ji muri spaccati que piagnu lo bbònu[14] sbriccatu[15].

Come ‘na fotografia fannu vedè
ju pupazzittu[16] tè
co’ ‘nu mercu[17] a ji occhi e le manucce acciaccate[18].

27 luglio 2016

Traduzione in aquilano di Lucia Bonanni


PE’ JIU TARRAMUTU DE J’ABBRUZZU[19]

Tuttu quantu se so’ persi[20],
(‘mezzu a jiu dirupu)[21]
ij muri se so’ sciricati[22]
e a issi se so’[23] accarrati ‘nnanzi
e entro ‘nu minutu
le case se so’ sbriccate[24], lo bbóno[25]
ij’ à lassati.
Corpi arruati[26] de qua e dellá
corpi retróáti
vivi e tormendáti[27]
que se perdu entru tanta tisolazió[28]
que non se recónúsciu ‘mmezzu a le macerie
‘mmezzu a la ruina
‘mmezzu a iju piantu
‘mmezzu a iju tormentu.
Dolore scuru, tristu lamentu![29]
Quiji que non so’ morti révengo arréte[30]
se perdu entru ‘nu mare de cementu,
s’accappanu[31] éntru la disgràzia de quéle case
e addómannanu ajiutu
(sperzi e accorati)[32]
a tutti quanti addómannanu ajiutu!

1 ottobre 2015

Traduzione in aquilano di Lucia Bonanni


Note

[1] Il dittico poetico, rivisitato in una accezione “a due voci” dal poeta Emanuele Marcuccio e da lui definito come “una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica”. Sono finora editi tre volumi antologici di questi dittici “a due voci”, che costituiscono il progetto “Dipthycha” (2013; 2015; 2016). Il presente dittico è proposto dalla poetessa Francesca Luzzio con la sua poesia “Io non ti cullo”; successivamente il dittico è stato tradotto in dialetto aquilano dalla poetessa e critico letterario Lucia Bonanni, ed è tratto da AA.VV., Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche... si intessono su quel foglio di vetro impazzito..., a cura di Emanuele Marcuccio (di prossima edizione).
[2] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 18.
[3] Traduzione in dialetto aquilano di “Io non ti cullo” di Francesca Luzzio, a cura di Lucia Bonanni. Il titolo originale “Io non ti cullo” per esigenze foniche è stato qui cambiato in “Non so ji que te nònno” (Non sono io che ti cullo). Anche per esigenze di versificazione in alcuni casi ho dovuto dare una diversa impostazione al verso, senza però modificarne il significato originario. [N.d.T.]
[4] Dondolare.
[5] Per una migliore trasposizione dialettale il blu degli occhi per metonimia è interpretato col blu del cielo “ju cèlu de ji occhi tè” (il cielo dei tuoi occhi).
[6] Bambino piccolo, neonato.
[7] Educazione, bellezza per estensione di significato.
[8] Ninnare.
[9] Ascolto, mi metto in ascolto.
[10] Strada, più corretto è “rua”, ma ho usato questo termine per fare l’assonanza in “i” con la parola “vajo”.
[11] Lamenti, dolore.
[12] Muri abbattuti.
[13] Affrettarsi, qui usato come intensità, velocità dei lamenti.
[14] Le cose belle, come il latino “bonum”.
[15] Mandare lontano, allontanato, quindi perso.
[16] Bambolotto, giocattolo, (da pupa, bambola).
[17] Ferita.
[18] Schiacciate.
[19] Traduzione in dialetto aquilano di “Per i terremotati dʼAbruzzo” di Emanuele Marcuccio, a cura di Lucia Bonanni. Riguardo al titolo, ho tradotto con “Pe’ jiu tarramutu de j’Abbruzzu” (Per il terremoto dell’Abruzzo) perché la parola “tarramutati” in aquilano non è molto usata. [N.d.T.]
[20] Nel primo verso ho preferito tradurre con “tuttu quantu se so persi” invece che “tuttu ànnu persu” perché così si realizza l’allitterazione in “i” a fine rigo nei vv 1, 3 e 4.
[21] I versi tra parentesi sono stati inseriti per dare forza alla traduzione. “Dirupu” qui sta per evento tragico, cataclisma.
[22] Rovinati, devastati.
[23] Nei versi 1, 3 e 4 ho volutamente ripetuto l’espressione se so’ per formare unʼanafora.
[24] Macerie, sassi, bricco è il sasso di piccole dimensioni.
[25] “Bbòno” sta per il “bonum” latino, cioè le cose buone quindi la sicurezza.
[26] “Arruati” sta a significare buttati in mezzo alla strada, “rua” infatti vuol dire strada.
[27] Tormentati come sinonimo di feriti.
[28] “Tisolaziò” sta per “massa informe”.
[29] “Dolore scuru, tristu lamentu” per tradurre i versi “Vista orribile, dolore orrendo”. La parola “scuru” viene usata con significati diversi, per esprimere sofferenza, dolore e disappunto; ad esempio l’espressione “scura mi” significa “povera me”, “tristu” ha significato simile al latino “tristus”, una persona trista è una persona poco affidabile.
[30] Con “Quij que non so morti revengo arrete”, ho usato un’antifrasi per tradurre il verso “i sopravvissuti che sopraggiungono”.
[31] Si nascondono, per dire che si confondono nella rovina delle case.
[32] Sbigottiti e fortemente addolorati.

Sempre Vostra, Storyteller.



1 commento:

  1. Grazie tante, Eleonora, ecco il terzo appuntamento dedicato al progetto poetico “Dipthycha”, progetto che non sarebbe stato possibile senza il concorso di tanti altri poeti dalla spiccata capacità empatica, se privi di poetiche affinità elettive con la mia poesia o con la poesia di altri poeti; già, sono stati realizzati anche dittici con poeti diversi dove non sono presente, da me proposti ma anche no.
    Questo è un dittico poetico a due voci propostomi dalla poetessa Francesca Luzzio, che poi è stato tradotto in dialetto aquilano dalla poetessa Lucia Bonanni e sarà parte, insieme ad altri 53 dittici e non solo, del prossimo Dipthycha 4.
    Grazie ancora e buone letture! ��

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