giovedì 11 luglio 2019

POST ORDINARIO: SEGNALAZIONE PROGETTO "DIPTHYCHA" (11 luglio 2019)

Buon pomeriggio Lettori! Nonostante la mia assenza di questi giorni, non ho comunque rinunciato a portare avanti il ciclo di segnalazioni del progetto "Dipthycha". Oggi in particolare vi presento,  in questo settimo  appuntamento, un dittico realizzato grazie al talento poetico di Emanuele, ormai noto sul nostro blog e ospite gradito, con la collaborazione di Giusy Tolomeo.
Vi lascio quindi alla lettura augurando la buonanotte.


Ferite” / “Io sole”[1] 


Dittico poetico ‘a due voci’[2] di Giusy Tolomeo e Emanuele Marcuccio 

Con commento di Luciano Domenighini 






FERITE[3]


È fermo il tempo
in questi lidi.
Strani concerti di suoni
alla memoria assopita
nell’arco di vent’anni.
E tornar giovani di colpo
si direbbe cosa da nulla.
Ma le ferite solcano la pelle
ed ogni giorno
amici di noi stessi,
diamo un senso
al deserto della vita.
Giustifichiamo il niente,
inventiamo parole
per coprire il moribondo
silenzio che rumoreggia
anche qui nell’enorme
mammella di una duna,
dove le cicale impazziscono di sole
ed ogni uomo può spogliarsi nudo
senza l’orrore di sentirsi
un peccatore.

7 luglio 2012

Giusy Tolomeo


IO SOLE[4]


Io sole illumino la terra,
la nutro e la governo;
tu luna in cielo appari
quando mi ritiro
e stanco chiudo
le coltri celesti.
Allora, solo allora,
tu luna, sei sovrana
e imperi nell’ampia notte;
la tua ombra d’argento
sovrasta la terra
e dolcemente l’asconde
e l’illumina di riflessi d’oro
e luce d’ambra
e atmosfere sognanti
doni agli amanti.
Così, il giorno è il mio regno
e la mia luce
e i miei raggi
corrono lungo
il tempo e lo spazio
e la sua corsa appressa la mia fine
e sempre gira questa orbita
che possente mi sovrasta
e sempre mi rammenta
che il tempo fugge,
che la sabbia si consuma,
che la terra brucia,
che gli uomini corrono
verso il baratro.


3 marzo 2010

Emanuele Marcuccio



“Ferite” di Giusy Tolomeo si apre con un auspicio: una sospensione del flusso temporale, una deroga al precipitare del tempo fuggente e un assopimento della memoria percepibile come “Strani concerti di suoni”, consentirebbero alla poetessa di considerare la vita con occhio obbiettivo e placato, di stabilire un clima psicoaffettivo vergine o quantomeno difeso dalle incursioni dei ricordi più intrusivi e pungenti per poter così tornare magicamente giovani (“E tornar giovani di colpo/ si direbbe cosa da nulla”).
Ma questo è solo desiderio e sogno vano e il dolore delle ferite del passato che “solcano la pelle” guida i nostri passi, detta le nostre azioni: così è il deserto lo scenario simbolico che fa da sfondo alla seconda parte della composizione, contrassegnata dalla figura dell’ossimoro. Con acume psicologico la poetessa si chiede cosa sia la vita individuale se non l’esercizio di un personale egocentrismo in un attonito deserto popolato da innumerevoli altri effimeri egocentrismi: l’ossimoro simbolico del “popoloso deserto” viene rappresentato nel “silenzio che rumoreggia” del 16° verso.
La poesia si chiude con l’immagine metaforica dell’ “enorme mammella di una duna”, astratta e surreale, onirica e misteriosa, che campeggia nell’ultimo complesso e articolato periodo accreditandosi di una plurivalenza semantica che la rende indeterminata e ne accresce il fascino.
Potrebbe essere la trasfigurazione della città mediterranea, pluriforme e formicolante, ingorda di vita e inebriata di sole, alla fine assolta, anzi innocente, nella sua fatale, ineluttabile frenesia.
Aperta in prima persona di indicativo presente (“Io sole illumino la terra,”) la lirica di Marcuccio personifica il sole, soggetto narrante, recitante e si articola nei primi due periodi sul susseguirsi del ciclo sole-luna, in un’alternanza di opposti, dicotomia antitetica perfetta, metafora del tempo che scorre, evocante il giorno e la notte, la luce e le tenebre e tutta la relativa serie simbolica delle coppie oppositive complementari.
Dell’inesausto succedersi del ciclo celeste nel suo immutabile ripetersi, uguale e rituale, il poeta coglie il senso fatale e divino, riconoscendo, infine, che questa lotta fra opposti cosmici che si contendono a vicenda il tempo, è conflitto solo apparente non essendo altro che un cerimoniale infinito da cui nessuno esce sconfitto se non l’uomo, effimero intruso in un ordinamento immortale che lo sovrasta e lo distanzia.
Ma a parte tutto ciò, in questa lirica è interessante notare il triplice viraggio del registro poetico che passa dall’epicità quasi omerica dei primi versi (vv.1-9) al tono cortese e incantato dei versi centrali dedicati alla luna (vv.10-16), al colore  meditativo, esistenziale, lucreziano, della parte finale (vv. 17-30). Nel periodo conclusivo, che risulta particolarmente efficace per la sequenza incalzante di quattro subordinate relative, perentorie e disperanti (“che il tempo fugge”, “che la sabbia si consuma”, “che la terra brucia”, “che gli uomini corrono/ verso il baratro”), il poeta, mettendo a frutto ancora una volta la sicura padronanza dei moduli iterativi, palesa un sentimento del tempo insieme antico e moderno, venato di amarezza e di sgomento.
Nella percezione e nella cognizione dell’esclusività del tempo della vita, nella capacità di inoltrarsi in una dimensione cosmica, meccanicistica e ineluttabile, dell’esistenza, sta la corrispondenza fra queste due liriche, a prima vista alquanto differenti fra loro.[5]


Luciano Domenighini

Note

[1] Dittico a due voci proposto dal poeta Emanuele Marcuccio, ideatore e curatore del progetto poetico “Dipthycha”, edito con commento di Luciano Domenighini, in AA.VV., Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira..., a cura di Emanuele Marcuccio, TraccePerLaMeta, 2015.
[2] Il dittico poetico, rivisitato in una accezione ‘a due voci’ dal poeta e aforista Emanuele Marcuccio e da lui definito come “una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica”. A scopo benefico sono finora editi tre volumi antologici di questi dittici ‘a due voci’, che costituiscono il progetto “Dipthycha” (2013; 2015; 2016).
[3] Giusy Tolomeo, Dillo a te sola, TraccePerLaMeta, 2015.
[4] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014. Il titolo può trarre in inganno, riguardo al carattere di questa poesia; ho voluto, invece, sfatare l’abusato cliché del sole, solo ragione, positività e potenza, rendendolo, in questi versi, riflessivo, meditativo e consapevole del suo stato di creatura, a titolo d’esempio (“e i miei raggi/ corrono lungo/ il tempo e lo spazio/ e la sua corsa appressa la mia fine”). Mentre, nei versi di Giusy Tolomeo, mi sembra che stia parlando la luna. Anch’essa, come il sole, fa vivere la Terra (“ed ogni giorno/ amici di noi stessi,/ diamo un senso/ al deserto della vita.”). [N.d.A.]
[5] Luciano Domenighini, in AA.VV., Dipthycha 2, TraccePerLaMeta, 2015.


Sempre Vostra, Storyteller.


venerdì 28 giugno 2019

I FATTI DI CRONACA: IL RUOLO DELLA DONNA NEL MONDO LAVORATIVO, DALLA PRIMA LAUREA FEMMINILE AD OGGI. (28 giugno 2019)


Buonasera cari lettori e ben trovati con l’articolo della rubrica I FATTI DI CRONACA.
L’argomento che oggi andrò ad esporvi è molto sentito nella nostra vita quotidiana e riguarda tematiche non facili da trattare. La difficoltà, lo dico chiaramente, risiede nel fatto che lo si potrebbe declinare in tante sfumature diverse. Per questo motivo ho preferito ripiegare su una trattazione dai toni generici e particolarmente semplificati, in modo da farvi ben comprendere i punti fondamentali della questione.
Detto ciò, iniziamo oggi questo nostro dialogo soffermandoci sulla figura di una donna che, forse più di altre, rappresenta un modello a cui ci si potrebbe ispirare. Una donna che, con il suo talento, ha soverchiato il sistema di oppressione e sottomissione del genere femminile che un tempo vigeva: Bettisia Gozzadini.
Bettisia nasce a Bologna, nel 1209, e sin da piccola si distinse per il suo acume e per la sua intelligenza, doti che le valsero la carica di docente di giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Secondo le fonti che ci sono pervenute, è considerata a tutti gli effetti la prima donna al mondo ad aver avuto un insegnamento universitario. Allo stesso modo potremmo citare Elena Lucrezia Cornara, nata a Venezia nel 1646. Essa fu infatti la prima donna al mondo a ottenere un dottorato. La lista potrebbe solo continuare. Si tratta di donne che sono andate contro le usanze e i costumi del loro tempo, che imponevano ad essa il ruolo di madre e di moglie, dimostrando al contrario di essere particolarmente capaci, e quindi alla pari se non addirittura superiori agli uomini dell’epoca.
Il desiderio di libertà, di avere gli stessi diritti e gli stessi privilegi degli uomini hanno fomentato, nel corso della storia, focolai di rivolta contro un regime, uno stile di vita, che le donne non avevano scelto, ma a cui dovevano sottomettersi senza possibilità alcuna di ribellarsi.
I tempi oggi, fortunatamente, sono ampiamente mutati e il ruolo della donna nella famiglia, nella società e anche nel mondo del lavoro è stato completamente rivalutato. Ad esse sono riconosciute le stesse opportunità dell’uomo ( anche se in alcune parti del mondo le cose funzionano diversamente ), gli stessi diritti e gli stessi doveri; e tutto questo grazie alla determinazione e al sacrificio che le donne hanno deciso di portare avanti, grazie al coraggio di dire basta e di ribellarsi agli stereotipi sociali vigenti, cambiando così,  il corso della storia.
Mi rendo conto che il discorso intrattenuto possa risultare troppo generale, tuttavia la considero una premessa fondamentale per affrontare il tema in un contesto storico e sociale molto più ampio. Ho infatti intenzione di pubblicare, nei prossimi giorni, due articoli di approfondimento incentrati sul ruolo della donna, mettendo a confronto il mondo e la cultura occidentale con quello orientale. Le date vi saranno comunicate al più presto attraverso i quotidiani post ordinari e tramite social.
Detto ciò spero che l’articolo vi sia piaciuto, vi auguro un buon prosieguo di serata. A presto!

Sempre Vostra, Storyteller.

POST ORDINARIO: SEGNALAZIONE PROGETTO "DIPTHYCHA" (28 giugno 2019)


Buon pomeriggio Lettori! Scusandomi fin da subito per il ritardo di pubblicazione dell'articolo rispetto all'ora definita attraverso i post sui social, sono felice di dedicare di nuovo un pò del mio tempo a quello che ormai sta diventando un piacevole appuntamento a cadenza settimanale (per altro molto apprezzato da voi lettori). Ovviamente parlo del progetto di "Dipthycha", una meravigliosa esperienza poetica, oserei dire, diretta e creata da Emanuele Marcuccio e da numerosi colleghi. Del progetto sono attualmente stare realizzate quattro volumi. La lettura di oggi è un dittico composto dalla sinergia di Emanuele e della poetessa Grazia Tagliente. Vi auguro buona lettura e a presto.

“Alba della mia città” / “Paesaggio”[1]

Dittico poetico ‘a due voci’[2] di Grazia Tagliente e Emanuele Marcuccio
Con commento di Luciano Domenighini



ALBA DELLA MIA CITTÀ[3]


Guardingo chiarore all’orizzonte
a lenti passi panorama cinge,
schivo bagliore d’azzurro
occhi lusinga a ignare dimore intorpidite
in spazio antelucano ancora assopite.

Rapide vedute di serena calma apparente
lento scorrere breve di tempo sospeso
tra sonno vagante e frenesia incalzante.

Prim’assaggio di timido tepore
spinge inerte muto notturno torpore,
pulviscolo di fruscio d’ali il vento solleva
muovendo a pacato calore sguardi e cuori
di solitari sparuti osservatori.

Una foglia di notturno ancora vestita
tiene a sé stretto soffio illusorio di vita,
lenta svolazza tra un grigio freddo selciato
e il mattone d’un muro crollato.

E con intrepido palpito d’infondata allegria
la sua fragile essenza domina per la via,
illumina il breve attimo di vita mesta
d’uno scenario pigro non del tutto desto.

Paesaggio pregno d’ore sonnolente e stagne
eppure, come ogn’alba, speranzoso e palpitante.


16 aprile 2014

Grazia Tagliente





PAESAGGIO[4]


Verdi alture frondose,
alpestri monti,
onde che si rincorrono
svettanti nell’azzurro mare,
che s’infrangono fragorose
su per la scogliera,
che si gettano a volo
in limpide cascate:
acqua pura e limpida,
fresca grazia luminosa,
natura viva e rigogliosa.
Alberati recessi luminosi,
solitarie rive, remoti monti
si espandono generosi,
e sprizzano vapori porporini
e fiammeggianti scintillano.


19-20 ottobre 2000

Emanuele Marcuccio



C’è una parola di reticenza, a ogni strofa, un segnale di cautela in questo “mattutino urbano” di Grazia Tagliente (“Guardingo chiarore”, “schivo bagliore”, “serena calma apparente”, “pacato calore”, “soffio illusorio di vita”, “infondata allegria”, “ore sonnolente e stagne”) e solo il distico di congedo presenta una coppia di aggettivi vitali e ottimistici (“Paesaggio [...] speranzoso e palpitante”).
In sei strofe di varia misura la poetessa descrive con dovizia di sfumature l’atmosfera intorpidita e sospesa dell’ora del corale risveglio, alternando abilmente pennellate descrittive del giorno nascente sulla città a notazioni sensitive e psicologiche dell’umanità che la popola. I versi sono lunghi e doppi di varia misura.
Da rilevare il gioco frammentato, quasi occasionale delle rime, in genere baciate, due volte spurie (“apparente-incalzante”, “mesta-desto”) e interne sulla prima strofa (“Guardingo chiarore-schivo bagliore”) poi riprese a fine verso sull’allitterante distico iniziale della terza (“tepore-torpore”).
È un tessuto metrico vario, sporadico, mobile, disuguale ma indubbiamente efficace.
Per contro, in “Paesaggio” di Marcuccio si palesa lo sbalzo luminoso e nitido dell’antica poesia mediterranea, la diretta e lampante semplicità dei Lirici Greci.
È rigogliosa, mobilissima e multicolore, tutta immersa nella luce del giorno, quest’inebriante e gioiosa descrizione della costa isolana e del suo mare.
La generosa sequenza di sostantivi (“alture, alpestri monti, azzurro mare, scogliera, cascate, acqua, grazia, alberati recessi, solitarie rive, remoti monti, vapori porporini") e di aggettivi (“frondose, alpestri, fragorose, limpide, pura, limpida, fresca, luminosa, viva, rigogliosa, luminosi, fiammeggianti”) e la carica dinamica delle forme verbali (“si rincorrono”, “svettanti”, “s’infrangono”, “si gettano”, “si espandono”, “sprizzano”, “scintillano”) danno luogo a una ridondanza verbale festosa ed entusiasmante. [5]


Luciano Domenighini

Note

[1] Dittico a due voci proposto dal poeta Emanuele Marcuccio, ideatore e curatore del progetto poetico “Dipthycha”, edito con commento di Luciano Domenighini, in AA.VV., Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira..., a cura di Emanuele Marcuccio, TraccePerLaMeta, 2015.
[2] Il dittico poetico, rivisitato in una accezione ‘a due voci’ dal poeta e aforista Emanuele Marcuccio e da lui definito come “una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica”. A scopo benefico sono finora editi tre volumi antologici di questi dittici ‘a due voci’, che costituiscono il progetto “Dipthycha” (2013; 2015; 2016).
[3] Grazia Tagliente, in AA.VV., Dodicesimo incontro nazionale di “Autori e amici di Marzia Carocci”, TraccePerLaMeta, 2014.
[4] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 95.
[5] Luciano Domenighini, in AA.VV., Dipthycha 2, TraccePerLaMeta, 2015.

Sempre Vostra, Storyteller.



POST ORDINARIO: SEGNALAZIONE PROGETTO "DIPTHYCHA" (11 luglio 2019)

Buon pomeriggio Lettori! Nonostante la mia assenza di questi giorni, non ho comunque rinunciato a portare avanti il ciclo di segnalazioni ...